Quando ti decidi a mettere le cose nei posti in cui dovrebbero stare, ti rendi conto che stavano meglio prima”. (“V V”). Dargen D’Amico è una delle colonne portanti dell’hip hop italiano da quando, a vent’anni o giù di lì, insieme a quelli che sarebbero diventati i Club Dogo cambiava a colpi di rime la storia del genere. “Vivere aiuta a non morire” segue l’ambizioso (quanto riuscito) progetto di “Nostalgia istantanea”, vinile di due soli brani da venti minuti circa, composti secondo il metodo del flusso di coscienza.

Con l’ultimo cd, Dargen cerca il “posto in cui dovrebbe stare”, quel successo di pubblico che gli spetta dopo anni di silenziosi capolavori (leggere alla voce “Vizi di forma virtù”), e lo fa con l’aiuto di nomi illustri come J-Ax (duettano in “L’amore a modo mio”, omaggio all’italo-disco di Pino d’Angiò e terzo estratto dall’album, e “Il ginocchio”) ed Enrico Ruggeri, sorprendentemente convincente anche sui synth pesanti di “È già”, dove è il rapper milanese a prendersi carico della parte più melodica, mentre ricama un’amara riflessione sul “futuro, speranza e paura”.
Hanno stoffa da vendere anche le uptempo più scanzonate e irriverenti, come la goliardica “Bocciofili”, in collaborazione con il rapper d’oro del momento Fedez e Mistico sulla base del dj Gigi Barocco, che farà sfaceli nelle discoteche. Riuscita anche la divertente “Il cubo (Fondamentalmente)” con i Two Fingerz: l’accoppiata (anzi, il terzetto) è ben rodata e si sente.

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Ma il genio di D’Amico emerge dove può sbocciare meglio la sua capacità di velare con l’ironia i drammi dell’uomo, quella tecnica che Pirandello chiamava “Sentimento del contrario”, la riflessione che va oltre la comicità e ne mostra la sofferenza più profonda. In questo senso, dovrebbe essere obbligato il passaggio in radio delle collaborazioni con Andrea Volonté dei fratelli Calafuria, “Siamo tutti uguali” e “Il corriere in controsenso”. La prima è un inno liberatorio al dolore sostanziale che ci unisce tutti in opposizione al relativismo imperante che divide e lascia soli. Sono invece gli uomini di scienza a fare tenerezza nel secondo brano, mentre cercano di trovare un senso ad un mondo che va al contrario e affida le decisioni al caso; notevoli le sonorità soft dance che si trasformano nel bridge, accennato appena all’inizio del brano, in arabeschi elettronici.

Altro Andrea (Nardinocchi), ma risultato sempre eccellente in “Continua a correre”, dove l’esordiente bolognese accompagna con la giusta delicatezza Dargen nel racconto struggente di una storia di violenza sulle donne. Meno riuscito purtroppo il campionamento di “Andrà tutto bene” di Max Pezzali, che in “Due come noi” diventa un reggae luminoso e rilassato, ma tutto sommato dimenticabile; opaca anche la prova di Michelle Lily della Mondo Records su “A meno di te”, che sfiora il drum‘n bass. L’amore antitetico di “Con te” si avvale della collaborazione con il gruppo indie-rock Perturbazione e il risultato è sognante, fresco: “Con te una luce accesa, dentro al mio ventre spento, vibrando immobile, accelerando lento”.

Finalmente solo, Dargen può permettersi di sbeffeggiare la politica, e lancia una stilettata ad Obama, che in “Il presidente” diventa un tiranno travestito da amico (“Darò più di quel che avete: se oggi avete solo fame, vi farò avere anche sete”), senza dimenticarsi dei problemi di casa nostra, quell’Italia “fondata sull’amore” (“L’Italia è una”), sui cui stereotipi gioca anche nel video di “Un fan in Basilicata”. Il brano nasce dal non esser mai stato chiamato a fare concerti nella regione lucana, ma il video, tra macellerie, campagna e ignoranza dilagante, ha suscitato non poche polemiche (inutili: sarebbe bastato ascoltare un qualsiasi altro brano di Dargen per accorgersi che in realtà è lui stesso a denunciare quei luoghi comuni che gli sono stati rinfacciati). L’autoironia la fa da padrona qui come in “Lorenzo de’ Medici”, dove strappa un sorriso doloroso quando immagina il suo funerale colorato e coatto (“E chissà cosa pensi quando muori, chissà se vedi altri colori: mi annoierei parecchio fosse così, la morte è poco più che leccare l’LSD”). È lo sguardo ironico ma mai moralista o giudicante a rendere Dargen un artista con un profondo rispetto per l’Uomo come essere in balia di un’esistenza dolceamara in cui non c’è bussola, ma possiamo condividere le nostre sofferenze e debolezze, e provare a riderne, con la leggerezza di chi sa che “del doman non c’è certezza” (Lorenzo de’ Medici). Si torna all’inizio con “V V”, invito a vivere, che certamente aiuta a non morire, ma permette anche di cercare il filo che permetta di ricostruire la trama in questa esistenza folle. Cd da ascoltare, solo a patto di gettarsi poi a capofitto nel resto della discografia di Dargen.

Grazie a Simonetta per la recensione

  • Gladiator

    Bella recensione, finalmente fatta come si deve e con l’elenco delle canzoni ed affianco scritto “bellixximo pezzo, hit assicurata. VOTO:10!”.
    Complimeti anche per la scelta dell’artista, coraggiosa per un sito del genere.
    Brava!

    • Gladiator

      *CORREZIONE: come si deve e non con l’elenco delle canzoni ed affianco scritto “bellixximo pezzo, hit assicurata. VOTO:10!”.

      :)

    • apple pie

      grazie caro!

  • apple pie

    @Tello: non hai chiaramente idea di chi si parli :)
    @Emanuele: l’ho scritta io, se ti va puoi fare lo stesso con un cd che ti piace, almeno si conosce musica nuova!

  • Tello

    Tutti sti rapper venduti saltano fuori solo ora.

    • Nicolò

      non sai quello che dici, meglio tacere a volte

  • Emanuele

    Come mai questa recensione? Non recensite da molto tempo e adesso saltate fuori con sto qui?