I Linkin Park sono una di quelle band in sofferenza. Il gruppo, nato artisticamente nel 2000, è diventato in breve tempo una colonna portante della musica rock/nu metal e “un oggetto di culto” per coloro che sono nati negli anni 90′. Il loro successo si è confermato in tutta la prima decade degli anni 2000′ ed il gruppo si è affermato come uno dei più famosi insieme ai Coldplay e i Green Day.

Le cose sono cambiate con “A thousand suns” (2010), un album che, detto in maniera banale ma esplicativa, li ha resi più una band alternative piuttosto che rock. La loro fama è così scesa ( e con essa le vendite). Pressati dalla loro casa discografica (che invece precedentemente li lasciava tempo e spazio) hanno pubblicato nel 2012 l’apprezzato “Living things” nel quale una volontà di ripercorrere strade già solcate si intrecciava con un desiderio sempre presente nel gruppo di sperimentare.

“Living Things” è stato ampiamente criticato dai fans più accaniti che accusavano l’album di essere troppo commerciale,al contrario è riuscito a convincere il pubblico dei casual buyers (coloro che non comprano a scatola chiusa ma preferiscono ascoltare l’album e poi decidere)  mantenendo così le vendite sui livelli di “A thousand suns” (2-2.5 mln di copie).

Ad appena due anni di distanza, i Linkin Park sono tornati con il loro sesto album: “The Hunting Party”.

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Il disco, come hanno raccontato i componenti del gruppo, può essere considerato un prequel del loro primo album “Hybrid Theory” per via della sua durezza e  aggressività. Tornare al passato significa rinunciare  a Rick Rubin, il guru della produzione musicale che è stato il produttore di “Minutes to midnight”, “A Thousand suns” e “Livin Things”. I Linkin Park hanno quindi scelto di accontentare il loro pubblico più fedele ma nel farlo si sono presi il rischio di non essere apprezzati dagli altri.

E sfortunatamente, l’Era si è compromessa fin dal primo singolo “Guilty all the same” . La canzone dal sound aggressivo e pestato non era adatta ad aprire un Era discografica e così il singolo è scomparso velocemente dai radar delle classifiche. Il buon senso avrebbe voluto che ci si prendesse una pausa ( per far dimenticare “Guilty all the same”) e dopo 4-6 mesi  ripartire da capo con la The Hunting Party Era. Così non è stato: a maggio è uscito il secondo singolo “Until it’s gone”, un singolo radiofonico, commerciale,adatto a sfondare. Ma ha fallito anche questo. Personalmente penso che il motivo sia collegato strettamente al flop di “Guilty al the same”. Nello Star System se metti un piede nella fossa, ci sono tantissime persone pronte “ad aiutarti” a metterci anche l’altro. C’è stato quindi un generale disinteresse per il singolo da parte delle radio e dei mass media e così  anche il secondo singolo non ha avuto fortuna. Poi è stata presa la classica mossa disperata dei singoli promozionali (“Wasterlands”, “Rebellion”, “Final Masquerade”) che ha portato confusione e basta.

Mi rendo conto di essere piuttosto duro però va detto chiaramente che la Warner Bros ha gestito pessimamente “The Hunting Party”. E ciò è un peccato perchè  il potenziale c’è(ra).

1. Keys to the kingdom:  “No control, no surprise” pronti via ed è subito un trauma per l’ascoltatore. Un trauma però positivo per tutti quelli che  speravano in un ritorno alle origini del sestetto. Riff di chitarre aggressivi, batteria, percussioni e gli scream di Chester Bennington ci fanno tornare indietro ai tempi di “Hybrid Theory”, ai tempi d’oro del nu metal. Proprio per questo shock sono necessari più ascolti per comprendere il pezzo: molto pregevole il ritornello urlato di Chester.

2. All for nothing (feat Page Hamilton): questa tendenza a tornare alle origini è confermata anche dal secondo brano “All for nothing”, canzone anche migliore della precedente. Mike Shinoda si occupa delle strofe rap ed è forse la canzone in cui lo fa in maniera più convincente. Il ritornello è cantato magnificamente dal featured artist Page Hamilton a cui “risponde” Chester Bennington. Nel complesso, tra rock e punk, si tratta di una delle canzoni meglio riuscite di The Hunting Party.

3. Guilty all The same (feat Rakim): siamo giunti al primo singolo “Guilty all the same”. Sicuramente il brano non è brutto ma ad un primo ascolto (ormai sempre più importante nella musica attuale) ha un effetto straniante. Prima la parte strumentale ,della durata di un minuto e mezzo, pesante, incisiva per via dei  riff di chitarra e della batteria e poi la parte cantata nel quale si alternano le strofe incalzanti  ed il ritornello urlato di Chester . Prima dell’ultimo ritornello c’è una strofa apprezzabilissima del leggendario rapper Rakim. Ai primi ascolti il pezzo risulta aggressivo, eccessivo, forzato. E questo  lascia perplessi. Con gli ascolti le cose cambiano:  lo stile hard-rock viene compreso e il pezzo assume una fisionomia più chiara. Uno degli aspetti più significativi del brano è sicuramente il testo nel quale i Linkin Park si scagliano contro politici, uomini corrotti,mass media, case discografiche ritenendoli “equalmente colpevoli Troppo corrotti per provare vergogna Volete puntare il dito Ma non c’è nessun’altro da incolpare Siete equalmente colpevoli”. “Guilty all the same”  è nel complesso forte  ma non eccelsa e non rientra nel podio delle migliori canzoni dell’album.

4. The summoning: il primo intermezzo musicale dell’album è “The Summoning” della durata di un minuto e serve a prepararsi al tornado della canzone successiva “War”.  Inizialmente si sente un suono ripetitivo dopo di che esso viene sovrapposto ad altri suoni finchè al termine possiamo sentire qualche voce distinta. Utilità?

5. War: sound violento e screams di Chester si alternano in”The war”. Il testo parla di paura,dolore, disperazione: “Non c’è dolore  risparmiato La paura è diventata il tuo unico diritto E una volta che sarai perso  nella tua disperazione Sarà per sempre una notte nera eterna. E non chiederà scusa Per aver distrutto la tua vita”. Il brano della durata di 2 minuti e 11 secondi farà felicissimi chi aspettava di sentire una canzone punk/rock feroce senza freni. Per tutti gli altri lo skip è sempre possibile.

6. Wasterlands: sound duro e convincente nella sesta traccia alternative-metal-rock  “Wasterlands”. La struttura del brano è peraltro largamente collaudata:  strofe rap  affidate a Mike Shinoda e il ritornello a Chester Bennington, libero di esercitarsi nei suoi virtuosismi vocali. Si arriva al bridge dove Chester ripropone il ritornello a tonalità più basse per poi riesplodere alla fine. Non ci troviamo di certo alla traccia più origine dell’album ma nonostante ciò è apprezzabile anche per via del testo: “Nella desolazione di oggi Quando non c’è più niente da perdere E non c’è più niente da prendere Ma ti costringi a fare delle scelte”.

7. Until it’s gone: il secondo singolo ufficiale si presenta ben diverso dal primo. Tornano infatti i sinth elettronici amati o odiati dai fans. A questi si aggiunge anche qui una struttura decisamente più lineare: strofa-ritornello-strofa-ritornello-ritornello in un crescendo che segue la voce di Chester. Il pezzo non è sperimentale ma anzi esplora vie sicuramente più radio-friendly e  commerciali. Oltre ai motivi già scritti già scritti in precedenza ritengo che se il pezzo non abbia sfondato e perchè gli manca quel qualcosa in più che serve per renderlo più unico e convincente. Il giudizio è comunque positivo.

8. Rebellion (feat Daron Malakian): personalmente ritengo che questa canzone sarebbe dovuta essere il primo singolo ufficiale in quanto rappresenta un compromesso potenzialmente apprezzabile dalle diverse componenti  dei fans dei Linkin Park.   Inoltre “Rebellion” è qualitativamente  la migliore canzone ( o comunque una delle migliori)  dell’album. Il brano inizia con una parte strumentale di 45 secondi.  Le strofe sono affidate a Mike Shinoda mentre il ritornello a  Chester Bennington. Le varie sequenze del brano si susseguono in maniera molto fluida e diretta. Si arriva al bridge dove splode la voce di Chester con il ritonrello cantato insieme dai due. il featuring di Daron Malakian, chitarrista dei System of a Down, aggiunge molto a questo ottimo pezzo.

9. Mark the graves: un intro musicale di chitarre, batteria piuttosto prolungato ci introduce in”Mark The graves”. Qui troviamo la voce del solo Chester. Il brano va ascoltato numerose volte per essere compreso. Personalmente però non lo considero tra i migliori. Sicuramente è una delle tante canzoni in cui il chitarrista Brad Delson ha avuto molto da fare.

10. Drawabar (feat Tom Morello): 2 minuti e 47 secondi di sola base musicale in “Drawbar”. Il brano ha anche il featuring di Tom Morello per quanto non cambi nel complesso del pezzo.  Tra pianoforte, chitarre e  sinth il pezzo scivola via lasciando un po’ perplessi. Sicuramente gli intermezzi musicali sono un marchio di fabbrica dei Linkin Park degli ultimi album, detto ciò però con 12 tracce complessive trovarsi pure di fronte a due tracce solo strumentali rende ancora più ridotto l’album (come in “Living Things”) e ciò non è un fattore a suo favore.

11. Final Masquerade: la penultima traccia dell’album è insieme ad “Until it’s gone”  la più commerciale. Si tratta di una ballad melodica dalle sonorità   pop-rock ma nonostante ciò non risulta fuori contesto all’interno dell’album ma anzi rappresenta un “momento di calma” prima dell’epilogo. La voce di Chester, unico a cantare nel pezzo, dimostra di essere versatile riuscendo a farsi apprezzare anche nelle tonalità più basse. “Final Masquerade” è stato scelto come terzo singolo ufficiale: speriamo possa smuovere l’Era.

12. A line in the sand: molto complessa l’ultima traccia di “The Hunting party”. 6 minuti e mezzi nel quale possiamo ascoltare suggestioni, influenze , riflessi di ciò che i Linkin Park sono stati in questi anni. Si inizia e si finisce con atmosfere alla “A thousand suns” per poi attarversare punk, hard rock, alternative. Tra assoli di chitarra di Brad Delson, gli scream di Chester e i versi di Mike c’è spazio per tutti in questa traccia. “A line in the sand” è sicuramente un buon modo per chiudere l’album.

 

Siamo giunti alle (difficili) conclusioni. Ipotizziamo per un momento che  “The Hunting party” non sia uscito nel 2014 ma che sia stato pubblicato nel 2007 come terzo  album dopo “Hybrid Theory” e “Meteora”. Che giudizi avrebbe ricevuto? Probabilmente si sarebbe detto “I Linkin Park non si evolvono ma cercano disperatamente di rimanere fedeli al loro stile facendo un album peggiore dei precedenti”. Con questo voglio dire che “The Hunting Party”, seppur vede un ritorno alle origini, fa comunque parte dell’evoluzione del sestetto: solo dopo diversi album in cui si sono sondate altre strade si poteva tornare serenamente (e con nuove idee) alle origini. Per questo è totalmente senza senso dire che “i Linkin Park con The Hunting Party si sono ritrovati dopo essersi persi per un decennio” perchè in realtà non si sono mai persi. Hanno compreso che non si poteva rimanere  fermi sul nu metal perchè in quel caso non si sarebbe mai riusciti a raggiungere i livelli dei primi due LP. Il fatto che a più di 10 anni di distanza possano prendersi il lusso di tornare alle origini rappresenta la conferma della bontà del loro percorso discografico. E questa è solo una tappa del loro cammino musicale  ed infatti sicuramente tra due/tre anni ci ritroveremo con un nuovo album che esplorera nuove strade mai percorse (“Roads untravelled” per citare una canzone del precedente album “Living Things”).

Nel giudizio relativo all’album non si può risparmiare qualche critica. L’impressione è che i Linkin Park stavolta abbiano fatto il passo più lungo della gamba. La scelta (saggia) di cambiare ad ogni album presuppone comunque che ci sia un minimo di collegamento tra i vari LP, in questo caso invece  se si prende per esempio il primo singolo della Living Things Era “Burn it down” (singolo fatto apposta per scalare le classifiche)  e “Guilty all The same” (singolo fatto apposta per NON  scalare le classifiche) ci si rende conto che essi sono distanziati da una voragine. Questa è più o meno la stessa cosa che succedette tra “Minutes to midnight” e “A thousand suns”, album amato o odiato dai fans.

Oltre a questo però l’ album avrebbe necessitato di un maggiore tempo di realizzazione. Un tempo che sarebbe servito per eliminare o modificare le tracce meno convincenti (The Summoning-War- Drawbar) e per lavorare su nuove tracce che avrebbero reso l’album più completo. Forse mi ripeterò ma ritengo veramente assurdo che una band di questo livello debba pubblicare per ragioni commerciali un album ogni 2 anni, con il risultato che poi  i dati commerciali non rispettano neanche le aspettative   (“The Hunting Party” ha venduto 441.000 copie nelle prime 3 settimane contro le 809.000 copie di “Living Things” ). Si dirà che le vendite non sono tutto, ma in realtà contano: contano nel rapporto con la casa discografica, contano nella direzione musicale scelta per un album.

In conclusione “The Hunting Party” nonostante sia  urlato, aggressivo e feroce fa colpo solo sui fans più stretti,  per il resto non fa clamore. E questo è un peccato ma anche una considerazione su cui meditare.

Valutazione 7.5/10

Adesso è il vostro momento. Quali sono i vostri giudizi su “The Hunting Party”?