Leona Lewis potrebbe diventare l’ultima vera diva, la degna erede vocale di Mariah Carey: una carriera fulminante grazie al trampolino di lancio X-Factor UK (forse l’unica artista proveniente da un talent show esplosa in tutto il mondo), ad un buonissimo primo album, “Spirit”, sapiente miscela di brani inediti (la hit mondiale “Bleeding Love”, ma anche “Better in Time”, “Forgive Me”) e cover (“I will be”, “Run”, “A Moment Like This”) in cui la voce di Leona emergeva in tutta la sua bellezza, fino alla colonna sonora del blockbuster “Avatar”. Leona è brava e bella, ma questo non basta. Un secondo album che, nonostante la discreta qualità, non riesce a piazzare nessuna hit di successo e la carriera della Lewis sembra già in pericolo.

Il comeback della scorsa estate con la fresca “Collide” si rivela pericoloso: la canzone viene accusata di plagio, questione risolta poi con un l’aggiunta di un featuring al volo, ma l’album è rinviato, così per stare più tranquilli. Peccato perché questo brano sarebbe stato un ottimo apripista: un pezzo dance sarebbe stato l’ideale per scrollarsi di dosso l’immagine (neanche poi tanto lontana dalla realtà) di cantante triste e deprimente. Arriva finalmente il tanto annunziato terzo album, “Glassheart” e di “Collide” nessuna traccia (tranne che di un remix nella versione deluxe), peccato.

L’album si apre con “Trouble”, onestissima ballad che, per quanto metta in risalto le qualità vocali di Leona, risulta poco accattivante e abbastanza scontata. Non un cattivo pezzo, ma decisamente troppo debole (e triste) per un primo singolo. Inoltre, il brano è presente in versione remix con il featuring di Childish Gambino, che poco aggiunge al pezzo, e in versione unplugged, questa davvero da pelle d’oca.

“Un Love Me” prosegue per la stessa strada: ballad mid tempo malinconica, non troppo originale, ma neanche brutta. Un buon riempialbum, ma non penso sia un singolo abbastanza forte.
“Come Alive” è, invece, una midtempo atipica: molto più vicine alle corde di un’eventuale Rihanna (tanto per alimentare la presunta rivalità tra le due dopo che Riri le ha scippato “We Found Love”), ci fa scoprire una Leona più dance/techno. Il risultato? Mah, sicuramente non è uno dei miei pezzi preferiti, ma è interessante ascoltarla in qualcosa di diverso.

“Fireflies” è il secondo singolo e, per una volta, sono d’accordo sulle scelte promozionali di questo album: brano piacevole, dalle atmosfere leggermente orientali, testo dolce e sognante. Potrebbe fare bene in classifica (e, onestamente, lo spero). La qualità dell’album comincia, quindi, a salire: “I To You” è un’arrabbiata love song incalzante, in cui Leona lascia libera la sua voce. Bella, soprattutto come colonna sonora di qualche scena di un tv drama.
Gli anni ’80 ritornano in “shake You Up”, brano interessante e originale: io punterei su questo come un eventuale singolo, accompagnato da un video originale potrebbe fare bene. CI piaci quando osi in questo modo, Leona!
Ma se Leona si agita un po’ deve subito riposarsi: “Stop The Clocks” è una canzoncina orecchiabile e piacevole. Singolo? Ma anche no.
“Favourite Scar” scorre via senza restare impressa in mente, mentre “When it hurts” è la tipica “Lewis”, disperata, canta il suo amore. Finalmente arriva la sorpresona del disco, “Glassheart”, uno dei miei brani preferiti. Originale, catchy, coinvolgente, una Leona Lewis: lanciatelo come singolo, potrebbe risollevare le sorti di un album.
Chiude l’album la bella “Fingerprints”: questa è la Leona che amo di più, voce e strumento. Brividi.

L’edizione deluxe comprende tre brani unplugged che da soli meritano l’acquisto del cd: “Trouble”, “Come Alive” e “Glassheart”. Non c’è ombra di dubbio che è questa la vera di Leona Lewis, un piano, una voce e la sua anima vola. Leona non è un animale da classifica, non può sfornare una hit dietro l’altra. Lei canta. “Colorblind” è un’intensa cover già apparsa nel minialbum “Hurt” (e dispiace non trovare qui l’intensa “Hurt” che dava il titolo all’ Ep): il forte di Leona sono proprio i rifacimenti che, grazie alla sua incredibile voce, mutano e assumono un’altra luce.
Chiudono l’album due brani più dance ” Sugar” e un remix di “Collide” (decisamente inferiore alla versione originiale), tanto per ribadire che lei può fare anche dance.

In conclusione, questo “Glassheart” non convince: non fraintendetemi, io adoro Leona (e l’avrete capito), ma tranne qualche buon pezzo questo album è troppo scontato. Se non si circonda di songwriters capaci di esaltare la sua timbrica finirà presto nel dimenticatoio. E non sottovalutasse il potere di una buona cover, in fondo “X Factor” le avrebbe dovuto insegnare anche questo.