Tyler Okonma, rapper classe 1991, è cresciuto nella Ladera Heights cantata in Sweet lifeda Frank Ocean, l’esponente della nuova ondata rnb esploso nel 2012 con l’album d’esordio Channel Orange; il disco è stato pubblicato da Odd future, l’etichetta dell’omonimo collettivo hip hop a cui Tyler fa capo.

Okonma è il ragazzo terribile della scena rap statunitense: misogino, scurrile, senza freni (già con il singolo del 2011 Yonkers si attirò le ire dell’mc B.o.B. e di Bruno Mars, che dichiarò di “voler accoltellare alla gola”), omofobo.

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Wolf è l’alter ego di Tyler che dà il nome al suo terzo album e si pone in perenne conflitto con TC (Tyler’s Conscience) fin dalla prima traccia, dove da subito il ragazzo mette le cose in chiaro: sui languidi accordi di pianoforte, già presentati ai fans in un video pubblicato nel 2011 sul suo canale Youtube, esordisce con un eloquente “F*ck you”. È questo il benvenuto in un percorso musicale disturbante, primitivo e violento: c’è il peso dell’abbandono del padre mai conosciuto, a cui Tyler si rivolge in Answer accompagnato da una base vicina alla lounge music ma con la voce distorta, un ruggito bestiale che rimane inascoltato.

Allo stesso modo in IFHY (acronimo di I F*cking Hate You) ammette di non trovare soluzione al conflitto interiore tra amore e odio sulla base di Pharrell Williams, che ha la caratteristica morbidezza suadente delle sue produzioni ma vira verso un bridge psichedelico: “Music you can get high to”, “musica sui cui sballarsi”, questa era la dichiarazione di intenti di Tyler, a cui riesce a tener fede anche grazie a Campfire, strizzata d’occhio agli MGMT.

Vero punto debole dell’album è l’eccessiva ripetitività sonora con abuso di pianoforte e batteria, che rendono stagnanti pezzi come la prolissa Cowboy, che nemmeno il flow ipnotico di Tyler riesce a salvare. Il talento di Okonma come produttore è però evidente in alcuni geniali episodi di Wolf come il delirio tribale di Tamale: percussioni e fiati la fanno da padroni in quello che è probabilmente il punto più alto del cd.

Numerose le collaborazioni, dai compagni di etichetta discografica Domo Genesis e Hodgy Beats, che si muove con destrezza sulle distorsioni elettroniche di Jamba, fino alle grandi voci soul di Laetita Sadler ed Erykah Badu; quest’ultima è ospite con Coco O. nel brano jazz-lounge Treehome 95, momento di deliziosa dolcezza in un album dalla direzione aggressiva (in Pigs un’incessante sirena di ambulanza accompagna la parlata ruvida ai limiti del growl di Tyler). Frank Ocean è sprecato nelle apparizioni fugaci in Slater/Escape-ism e nella più riuscita Partyisntover/Campfire/Bimmer, dalle suggestioni languidamente elettroniche.

L’album si chiude sul malinconico e tiepido jazz di Lone/Journada, amara riflessione sulla morte. Il rapper di Los Angeles è per duri di stomaco: o si ama, o si odia. C’è innegabilmente del talento, sebbene ancora da plasmare, nella descrizione del mondo squallido e fangoso dove Dio è morto, e l’unico creatore rimane Tyler.

Pubblicato da Simonetta

  • Matte02

    Scusate il ritardo ma mi sono iscritto solo giovedì. L’album lo amo, avrei però preferito nella recensione un approfondimento in ogni traccia, perché ognuna ha il suo stile e secondo me meritano (apparte 1/2) tutte. Comunque gran bella recensione.