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Gone Now, il secondo album di Bleachers che celebra i momenti di chiarezza

Bleachers è il nome di una band un po’ insolita. Prima di tutto perché più che di band si dovrebbe parlare di nome d’arte, dato che è composta da un solo elemento: Jack Antonoff. E insolita perché, attraverso la musica, definisce un concetto tutto suo di modernità. L’ispirazione è quella degli anni ottanta, ma le carte sul tavolo sono molte di più: colpi di batteria che fanno incursione con prepotenza e all’improvviso e scuotono l’anima, strumenti che si fermano per focalizzare tutta l’emozione sulle dolci note di pianoforte, strumenti che si riaccendono in esplosioni di suoni e si intrecciano in un sound contaminato, sporco.

 

Gone Now, il secondo album di Bleachers, è una playlist di canzoni tutte collegate tra di loro. Non solo per il sound che è assolutamente omogeneo, ma ancora di più per le tematiche affrontate e per parti di testo e concetti che si ripetono all’interno dei brani.

“I’ve got to get myself back home soon”

Questa è una frase che si ritrova più volte all’interno del disco, sussurrata, quasi l’intenzione fosse quella di farla penetrare sotto pelle. Ripeterla per ricordarsi dove sta il cuore di questi dodici brani: riuscire a ritrovare la nostra voce, quella che abbiamo lasciato nella nostra cameretta d’infanzia, che rischiamo di perdere in quel caos che è il mondo e nel dolore delle perdite, ma che con un po’ di silenzio e calma riusciamo sempre a riconoscere come nostra.

 

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Gone Now, secondo quanto detto dall’artista stesso, è il rumore di una persona che sta impazzendo da solo in una stanza. Il sound del disco restituisce esattamente questa sensazione: gli strumenti a volte sembrano litigare tra loro, nel tentativo di sovrastarsi a vicenda, come le emozioni che spesso nella solitudine combattono dentro di noi. Il disco è come una rollercoaster, per citare un vecchio successo di Bleachers, che cambia binari e non solo: ci fa capriole, salti, frenate, accelerazioni. Il risultato è una produzione complessa e corposa che si annida nei brani come un virus, infettandoli con un impatto emotivo pronto a travolgere.

Un esempio particolarmente calzante è il primo singolo, Don’t Take The Money: un arrangiamento ricco di batteria e synth che culmina in un ritornello esplosivo: You steal the air out of my lungs, you make me feel it. Dopo la strofa, finalmente il ritornello rappresenta il momento in cui si realizza che alcune cose sono troppo forti per essere distrutte. Il brano è impreziosito anche dal contributo di Lorde, qui presente come seconda voce e co-autrice.

 

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Da segnalare anche Everybody Lost Somebody che fa largo uso del sassofono, come altri brani all’interno del disco. Gone Now è un disco che si concentra su quei momenti in cui tutto improvvisamente si fa chiaro: questo brano, nello specifico, è dedicato alla morte della sorella; a quel momento in cui si capisce che tutti hanno perso qualcuno o qualcosa e non c’è altra soluzione possibile che andare avanti e darsi una tregua. Non siate tristi quando ascolterete questa canzone, dice però Jack Antonoff, e infatti le cuce addosso uno scheletro ritmato e che le conferisce un mood quasi spensierato, nonostante tutto. Lo stesso mood che si ritrova in brani come Let’s Get Married e Hate That You Know Me.

Le ballad come siamo abituate a pensarle non trovano spazio all’interno di questo disco: l’unico brano caratterizzato da quei tempi è Nothing Is U, ma si trasforma poco dopo con nuovi ritmi dettati da suoni elettronici. Questa scelta è assolutamente coerente con la dichiarazione di intenti: è un pennello che corre come un pazzo su una tavolozza di colori. Non esiste, almeno in questo album, tristezza e basta o felicità e basta: le emozioni si contaminano a vicenda, si mescolano.

Oltre alla qualità del sound, Gone Now può vantare anche un’interpretazione vocale di tutto rispetto. Jack Antonoff ha un modo di cantare distintivo e originale, che a volte manda a quel paese l’intonazione e le buone maniere per restituire la genuinità delle parole: urlando, sussurrando, parlando.

 

“I know I’ve been a stranger lately”

 

Gone Now è, in definitiva, un album estremamente personale, che urla Bleachers ad ogni secondo di riproduzione. Un album che potrebbe suonare un po’ weird al primo ascolto, ma che già dal secondo inizierà a darvi la stessa sensazione di familiarità che potrebbe dare l’ultimo successone di Katy Perry alla radio. La stessa sensazione di familiarità che l’album vorrebbe avessimo con noi stessi: riconoscerci sempre, sempre trovare la strada per tornare a casa.

 

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