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Kylie Minogue – The Abbey Road Sessions (Recensione CD)

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C’era una volta Kylie Minogue, la fatina del pop, sexy doll tascabile con all’attivo una manciata di album di successo e tante hit orecchiabili prime in classifica praticamente in ogni paesino su questa Terra. Viveva in un mondo fatto di musica dance, coreografie scatenate e abitini sensuali. Ma si sa, il tempo è tiranno, i critici cattivi, il mondo si popola di altre tante sexy fatine e la povera Kylie deve reinventarsi. E lo fa puntando alla qualità. Dopo i non esaltanti riscontri di “Timebomb”, canzone pop tutt’altro che disprezzabile, capisce che è il momento di maturare e produce quello che, a mio avviso, è il suo album migliore di sempre: una raccolta di suoi vecchi successi. Prestate attenzione, però: non è l’ennesimo greatest hits. Kylie si rinchiude nei mitici studi di Abbey Road e riarrangia tutti i suoi successi in chiave acustica ed orchestrale. Il risultato? Un gioiellino da ascoltare a ripetizione, in cui la vocina sensuale di Kylie acquista un valore inestimabile, accompagnata da strumenti “veri” e non digitali. Procediamo con ordine.

La musica parte e “All the lovers” ci fa entrare in un mondo magico, mai esplorato in precedenza dalla cantante: dove sono finiti i suoni sintetici? Sono proprio le chitarre quelle che sento? I violini? Un arrangiamento esemplare che mette subito le cose in chiaro: in questo album ascolterete vera musica. Personalmente già adoravo la versione originale, questa nuova è semplicemente perfetta: ti mette in pace con il mondo, crea subito un clima di serenità.

Ci spostiamo in un night club: la versione leggermente swing di “On a night like this” è sensuale e potente. Giurerei di non aver mai sentito Kylie cantare in questo modo: voce ferma, decisa con delle voci di background davvero belle e incisive.

Un pianoforte e un coro femminile introducono le prime note di “Better the devil You Know” e la mente comincia a vagare: perfetta colonna sonora per una passeggiata al chiaro di luna. Soffice, delicata, puro velluto per le orecchie.

“Hold on Your Heart” diventa un brano blues: sembrerebbe quasi di immaginare la Minogue inforcare una chitarra e cantare su di uno sgabello in un piccolo club. Che questo album le apra davvero nuove prospettive artistiche?

La fatina ci chiede di credere in lei e noi non vogliamo disobbedirle: “I Believe in You” inizia con un arpeggio di chitarra, ma poi le voci prendono il sopravvento. La melodia diventa incalzante con l’ingresso del pianoforte. Una sinfonia d’amore.

Il pianoforte è ancora protagonista di “Come into my world”: brano che, proprio per il significato, avrei posizionato all’apertura di questa raccolta. Il contenuto però non cambia: la ballata dance diventa un pezzo malinconico, quasi un sofferto invito.

Le atmosfere restano malinconiche in “Finer Feelings”: un tappeto di archi introduce la voce sussurrata della cantante. Improvvisamente le percussioni si animano, così come la chitarra donando un non so che di latino. Musicalmente accattivante, di sicuro migliore dell’originale.

“Confide in Me” sembra essere tratto da una colonna sonora: la musica ha decisamente il sopravvento sulle liriche e i suoni vocali. Suggestiva.

“Slow” nasce come ballad dance, quindi già piuttosto lenta. Kylie sceglie di diminuire ulteriormente la velocità, spingendo il piede sulla sensualità, suo pezzo forte. Molto blues, il pezzo ha davvero pozzo da spartire con l’originale: molto più melodico e intenso.

E’ il momento di scatenarsi con “Locomotion” e ci rituffiamo negli anni ’60: sembra di essere proprio lì sotto al palcoscenico a dimenarci. Una sferzata di energia ci voleva proprio a questo punto dell’album.

Arriva il momento tanto atteso: come avrà trasformato “Can’t get you out of my head”, pietra miliare della carriera di Kylie? Gli archi intensi e dinamici dell’intro ci fanno immediatamente capire che siamo anni luce della versione originale. Ritmo sostenuto, quasi arrabbiato, per un ritornello orchestrale a cui si aggiungono piatti e batteria. Di grande impatto.

“Where the wild roses grow”, cantata con Nick Cave, è sempre stata un’eccezione nella carriera solare di Kylie. Un gioiello di canzone oscura, che racconta di un omicidio e di un abuso. Ma si sa, la vita è fatta anche di ombre e la sua nuova versione acustica è perfetta in questa circostanza. Non molto diversa dall’originale, solo più spoglia musicalmente, ma sempre cantata molto intensamente.

“Flower” è l’inedito e il singolo di lancio: appena ascoltato ci ha fatto capire la direzione diversa dell’album rispetto ai precedenti. Intenso, toccante, questo brano brilla di luce propria.

“I Should be so Lucky” sembra essere appena uscito da un musical: sapete il momento di riflessione in cui il protagonista riflette su quello che è accaduto? Forse capita lo stesso per Kylie: una carriera sfolgorante, una vittoria sul cancro, una dignità artistica, perché non dovrebbe essere fortunata? Orchestrale, dai tocchi leggermente drammatici, molto coinvolgente.

Appurata la sua serenità, la chitarra di “Love at first sight” ci porta ad atmosfere più solari. L’amore non è qualcosa di drammatico, al contrario.

Gran finale con “Never Too Late”: ritorna di prepotenza il pianoforte, uno degli strumenti cardine di questo album, e la voce di Kylie si rifa intensa e corposa. “It’s never too late to change your mind” sembra l’invito rivolto ai critici. Sempre troppo frettolosamente snobbata ed etichettata come meteora passeggera del pop, la nostra fatina è sempre stata pronta a ritornare e a combattere nuove sfide, come questa. Nessuno avrebbe scommesso due lire su un album acustico, eppure Kylie ci regala uno dei dischi più belli dell’anno (complimenti all’arrangiatore soprattutto). Che la fatina abbia lanciato un incantesimo con The Abbey Road Sessions?

Recensione a cura di Guido Mastroianni

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