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Raphael Saadiq – The Way I See It (Recensione CD)

CD della settimana a cura di BlackMutya, moderatrice e redattrice aggiunta ad rnbjunk.com di “The Way I See It” di Raphael Saadiq

Ci aveva lasciati nel 2002 con lo splendido Instant Vintage ed in questi 6 anni di “assenza” si è dedicato principalmente alla produzione ed alla collaborazione con altri grandi artisti della scena musicale internazionale. Raphael Saadiq fa oggi il suo ritorno nel music biz con un nuovo lavoro che certamente non deluderà i suoi estimatori né lascerà indifferenti coloro che non lo conoscevano.

Chi, come la sottoscritta, segue da vicino la carriera di Raphael Saadiq sin dai tempi dei Tony! Toni! Toné! Avrà senz’altro atteso con trepidazione l’uscita di The Way I See It per tutta l’estate e ne ha avuto qualche anticipazione con l’uscita in rete di alcuni brani (nello specifico: Love That Girl, Staying In Love, Big Easy e 100 Yard Dash). Con grande stupore ma anche con tanta emozione ci si accorge immediatamente dell’unicità di un lavoro che senza ombra di dubbio è finora il miglior release dell’anno.

Saadiq azzarda con una formula innovativa che si allontana dai suoi vecchi lavori, avvalendosi, oltre che di una vera e propria jazz band, di due arranger d’eccezione: le due leggende della Motown Records Paul Riser (che in passato ha lavorato con Stevie Wonder, Dionne Warwick, Whitney Houston, Joe, Brandy e molti altri) e Jack Ashford (percussionista dei leggendari Funk Brothers nonché la mano magica dei tamburelli in successi come You Can’t Hurry Love, I Heard It Through The Grapevine, Don’t Leave Me This Way).

Si tratta di scelte ben lungi dall’essere casuali. Non ci si vuole orientare verso un genere retro-soul à la Amy Winehouse, e nemmeno seguire il trend odierno di un R&B più attento alla forma ed ai virtuosismi piuttosto che alla sostanza ed ai testi. Lo stesso Saadiq ha dichiarato di essersi ispirato ai video d’epoca dei The Four Tops, di Al Green e di Gladys Knight & The Pips.

Ecco quindi che vengono abbandonati sintetizzatori e vocoder per dare spazio ad un sound genuino ed autentico, che non mira ad emulare i grandi nomi del glorioso Soul anni ’60 ma che anzi li cerca continuamente quasi “rivolgendosi” a loro, ai Temptations, a Curtis Mayfield, se non a Sam Cooke, tutto questo sempre con un velo di nostalgia, quasi a voler esprimere il proprio disappunto per quello che oggi viene spacciato per R&B.

Genuinità ed autenticità sono quindi le chiavi di lettura dell’intero album, che si riflettono e si amalgamano al suo interno nello sviluppo della sua tematica principale: l’amore, in tutte le sue forme e sfumature, da quello più sensuale a quello più tragico. Questo a partire già dalla prima track Sure Hope You Mean It, nella quale viene mostrato il lato dell’uomo più sensibile e vulnerabile, esprimendo a cuore aperto il suoi sentimenti nella speranza di essere ricambiato allo stesso identico modo. La canzone rispecchia perfettamente i canoni dei vecchi successi della Motown: relativamente breve, con una melodia incalzante ma non ripetitiva, orecchiabile e dalla melodia che entra facilmente in testa.

Ma è 100 Yard Dash a dare l’esempio più emblematico della volontà di Saadiq di portarci indietro nel tempo senza mai invaderlo con una mera imitazione; parla di un uomo che non sa come resistere ad una donna e questa sua lotta interiore è vista come una lunga corsa verso un trofeo che pare irraggiungibile.

In Keep Marchin’ ritornano i classici tamburelli di You Can’t Hurry Love, in un testo che tratta delle avversità della vita e che ci esorta a continuare sulla nostra strada, a lottare affinché possiamo raggiungere i nostri obiettivi, tutto questo usando un beat che richiama quasi un passo regolare e deciso. Lo stesso tema viene affrontato in Sometimes, questa volta però a partire da un’analisi introspettiva di un uomo nella sua lotta quotidiana contro chi ci ostacola e chi cerca di ferirci, una lotta in cui spesso tutti ci sentiamo deboli ed indifesi.

Grande è stata la mia attenzione per Big Easy, traccia che potrebbe facilmente trarre in inganno per il suo ritmo coinvolgente. Big Easy è il soprannome che gli Americani danno a New Orleans, capitale mondiale del voodoo, del Mardi Gras e soprattutto del Jazz, oggi tristemente nota al resto del mondo come luogo di tragedia a seguito del terribile uragano Katrina del 2005. Ed è proprio questo tragico evento che fa da background a questa canzone, che parla di un uomo che va alla ricerca della sua amata senza però perdere mai la speranza in una New Orleans semi-deserta e devastata dalle acque:

Somebody tell me what’s going on

I ain’t seen my baby in far too long

Somebody please tell me what’s going on

They said them levees broke and my baby is gone

Una canzone, quindi, che sa mescolare abilmente speranza e tragedia tramite un chorus che si ripete quasi ininterrottamente giungendo, verso la fine, ad un piccolo assolo di tromba (e qui un chiaro riferimento al Jazz di New Orleans) che sembra quasi accompagnare il protagonista alla consapevolezza di un destino già tristemente compiuto.

Giunto quasi a metà album, Saadiq non si dimentica certamente del suo legame con il presente e lo fa con Just One Kiss, una bella collaborazione con la sua protegé Joss Stone. E’ una bel upbeat dove assistiamo ad uno scambio diretto tra due persone nel momento in cui si accorgono che qualcosa di bello ed importante sta per accadere tra loro. Come si suol dire: la persona giusta al momento giusto.

Riprende poi il viaggio virtuale nel Soul anni ’60 con Love That Girl (So Sweet And Tender), che potremmo scherzosamente paragonare ad una teenage love song per la sua freschezza ed innocenza, che ha quel qualcosa di classico che ci porta a sbirciare nelle cantine dove si ballava lo swing. Lo stesso si può dire per Staying In Love, altra hit dal sapore classico che ci ricorda di non sottovalutare mai l’amore perché

“Fallin’ in love can be easy

Staying in love is too tricky”.

Un po’ di pepe all’album viene dato da Let’s Take A Walk, traccia questa volta più vicina al Blues, caratterizzata da un alto tasso erotico (ma mai volgare) che probabilmente sarebbe stata censurata negli anni del segregazionismo per la sua “sfrontatezza nell’affrontare il tema del sesso.

Ma ecco la traccia secondo me più bella di tutto l’album: è Never Give U Up, che se ascoltata con attenzione sembra un mix tra l’omonima di Barry White e Marvin Gaye. Perfetta l’armonia vocale tra Raphael Saadiq e l’altro suo protegé CJ Hilton, accompagnati dall’inconfondibile armonica di Stevie Wonder in un coro dove le voci non si coprono mai l’una con l’altra. Come non innamorarsene al primo ascolto?

Gli unici due nei di The Way I See It sono in primo luogo la ballad Calling, storia di un amore finito e non più corrisposto, la cui intro in spagnolo con tanto di chitarra poteva davvero essere evitata perché la rende banale e scontata; in secondo luogo il l’ultimo featuring dell’album, Oh Girl (Remix) con un improbabile Jay-Z ad introdurre la canzone, che più che un featuring sembra qualcuno che si diverte a cantare in macchina con la radio accesa. Per il resto Oh Girl è una ballad romantica dedicata a quella persona speciale che arriva nella nostra vita sconvolgendola totalmente, a cui si promettono fedeltà, onestà e sicurezza.

Nel complesso, quindi, The Way I See It ha raggiunto il suo obiettivo iniziale: sorprenderci, emozionarci ma soprattutto farci ricordare che l’R&B ha una storia ben consolidata. E Raphael Saadiq con questo lavoro è stato un professore da 110 e lode.

a cura di BlackMutya (che ringrazio tantissimo!!!)

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